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domenica 15 dicembre 2019
francesco niccolini
E nonostante tutti gli sforzi creativi,
il passato poté essere tenuto a bada solo in maniera imperfetta.
[Rohinton Mistry, A Fine Balance]


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Ritorno alla Némirovsky
JEZABEL

dal romanzo di Irène Némirovsky
versione teatrale di Francesco Niccolini

regia di Paolo Valerio
con Elena Ghiaurov

e con Leonardo De Colle, Roberto Petruzzelli, Francesca Botti,
Sara Drago, Jozef Gjura
e Giulia Odetto

Image

scene
Antonio Panzuto

movimenti di scena
Monica Codena


costumi
Luigi Perego
musiche
Antonio Di Pofi
luci
Luigi Saccomandi

 

produzione
Teatro Stabile di Verona - Centro di Produzione Teatrale
Teatro Stabile di Napoli - Teatro Nazionale

Dopo "Il Ballo" con Daria Paoletta, Francesco Niccolini torna a Irène Némirowsky per "Jezabel" insieme al regista Paolo Valerio. Insieme mettono in scena uno dei romanzi più noti e pungenti della grande scrittrice russa morta ad Auschwitz. E' la storia di na donna sudamericana, bella, attraente, dotata di una misteriosa capacità di non invecchiare. Adorata da ogni uomo, corteggiatissima, Jezabel non può non sedurre. Elegante, ricchissima, mai volgare, naturalmente generosa. Da quando diciottenne appare per la prima volta a una festa danzante, fino all’epilogo (quando di anni ne ha sessanta), non smette mai di ballare. Eppure devastata da una catastrofe interiore: è ossessionata dall’invecchiare. Questo incubo la divora e trasforma ogni attimo di felicità in rimpianto e la gioia dell’attimo in terrore verso il futuro, paura di non essere più amata né corteggiata. Jezabel, giunta in Europa giovanissima a fine Ottocento, sempre al centro dei salotti più ricchi e nobili delle capitali d’occidente, vive avvelenata da quello stesso desiderio che la circonda, dalle ipocrisie, dai finti amori e dallo sfrenato bisogno di provare piacere: un piacere che tutti, in queste lunghe notti dall’edonismo sfrenato, cercano disperatamente. A fare da spartiacque, la tragedia della prima guerra mondiale, che si porta via tutti i ventenni e l’innocenza, lascia solo macerie: lampadari che crollano, pareti scrostate, solai sventrati e ferite che non si rimarginano. Per raccontare questa tragedia abbiamo immaginato, racconta Niccolini, un sacrario irreale, fatto di passato e presente, vivi e morti, avida voglia di vita e inferno, dove le ossessioni (e i sussurri e le grida) non ti lasciano in pace mai: sala da ballo di un tempo perduto e al tempo stesso aula da tribunale dove Jezabel è obbligata a fare i conti con la Giustizia, ma soprattutto con la sua coscienza, per troppo tempo anestetizzata. Forse è il giorno del giudizio, dove anche i morti hanno diritto a testimoniare, o forse più banalmente un qualunque processo, dove giudici e giuria devono raggiungere un verdetto, ma partendo da un pre-giudizio di colpevolezza. Ma quale sia la vera colpa, alla fine del Tempo, non è detto che si arrivi a capirlo.

 
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