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mercoledý 19 dicembre 2018
francesco niccolini
E nonostante tutti gli sforzi creativi,
il passato potÚ essere tenuto a bada solo in maniera imperfetta.
[Rohinton Mistry, A Fine Balance]


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IL CAMPO DELLA GLORIA
di Francesco Niccolini e Roberto Citran
Viaggio di un deportato da Fossoli  a Dachau
dal libro di Franco Varini "Un numero un uomo" con Roberto Citran
regia Beppe Arena
scene e immagini video Antonio Panzuto

una produzione Fondazione Fossoli in collaborazione con La Piccionaia

 
Image Dimenticare,  rimuovere la lucida consapevolezza di un passato scomodo, è una scelta diffusa non solo in quei paesi dove il Nazismo ha avuto le sue radici, ma anche nel resto dell’Europa.
In Italia il 27 gennaio, giorno della memoria, si sta lentamente trasformando in una giornata commemorativa, fatta di celebrazioni che spesso esauriscono il dibattito nell’arco della giornata stessa.

L’idea dello spettacolo è quella di raccontare la storia vera di un sopravvissuto, il viaggio  di un ragazzo, allora diciassettenne, deportato prima a Fossoli, poi a Flossenburg ed infine a Dachau, che  a  Fossoli scopre le prime restrizioni, il campo di concentramento, la brutalità delle fucilazioni. Lì incontra uomini, soldati, partigiani, che combattono per la libertà. Incontri che  lo segneranno per il resto della sua vita. In Germania scopre lo sterminio organizzato, la fame, la paura e, allo stesso tempo, il desiderio di morire. Fino al giorno della liberazione, improvvisa, insperata, fino al ritorno a casa, all’ultimo omaggio, al Campo della Gloria.  

Questo spettacolo vuole dar voce al pensiero che la Arendt esprime ne La Banalità del male: «La mia opinione è che il male non è mai radicale, ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie, come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male è frustrato, perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”…solo il bene ha profondità e può essere integrale.»

 
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