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mercoledý 19 dicembre 2018
francesco niccolini
E nonostante tutti gli sforzi creativi,
il passato potÚ essere tenuto a bada solo in maniera imperfetta.
[Rohinton Mistry, A Fine Balance]


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4 novembre '66
I
Il Poema dell’Acqua fu scritto
prima che il tempo iniziasse a scorrere,
un attimo dopo che le ore
dell’universo precedente
si fermassero per sempre.
Esso racchiude tutti i destini
cui il nuovo universo, nel suo nascere,
andò incontro,
divisi in ordine logico,
e numerati da uno a infinito.
II
Scritto in un libro
le cui pagine son fatte
della stessa sostanza che egli canta,
è impossibile a leggere.
E deve essere recitato ogni giorno,
appreso a memoria
e trascritto il giorno seguente
in altro specchio d’acqua.

III
Fu per questa difficoltà
e dunque per ricordarlo meglio
che venne trasformato in canto.
Anche perché si capì ben presto
che il metodo migliore
per scrivere sull’acqua
era quello di farci cascare dentro
- lettera dopo lettera -
ogni singola parola,
balbettìo che divenne suono,
che un giorno un mago
seppe trasformare in altro,
riuscendo miracolosamente
ad estrarre musica. Dall’acqua.

IV
Fu esattamente in quell’istante
e senza alcun rumore
che il tempo ricominciò a scorrere,
la vita del nuovo universo a fluire,
come se accadesse da sempre:
i pianeti a ruotare
le storie a raccontare
le fiabe a istruire
il teatro a commuovere.
E divertire.

Fu esattamente in quell’istante
che ogni vita
uomo
creatura
cominciò a percorrere la strada
che gli era stata assegnata
andando a porre il passo
nel punto esatto in cui era previsto
che ne restasse l’orma.
Visto dall’alto
ogni cammino corrispondeva
senza ombra di dubbio
a una di quelle infinite mappe
che già erano state scritte.
E che ognuno doveva leggere,
recitare e interpretare,
qualunque fosse il luogo d’arrivo.

Alla città in Fiore toccò di vivere divisa
tra bellezza e avventata paura.
Paura d’acqua. Paura d’Arno.

Musica  e immagini

[Silenzi]

In quali cosmici silenzi
Le nuvole si preparano all’irreparabile?
Sotto quale cielo, e da quali altezze,
tutto precipita?
Che rumore accompagna le alte e basse pressioni,
i sistemi nuvolosi, le correnti fredde, quelle calde,
nel loro perenne inseguirsi e scontrarsi?

Quale maestosa quiete precede gli stati di tempesta?
E da lassù, l’imperturbabile indifferenza dei venti
come sceglie l’oggetto della propria furia?


[Fiorenza]

A causa di quella mappa che fu per Lei tessuta,
e per altri ancora inspiegabili motivi,
anche quell’anno, Fiorenza si fece scegliere.
Non fu la prima volta.
Cinquanta alluvioni in seicento anni.
Venti gravi. Venticinque gravissime.
E almeno sei, una ogni secolo, furibonda e selvaggia.
Per l’ironia di cui son capaci le catastrofi,
meglio se in un anno doppio: 1333, 1844, 1966…
Così, per capriccio.
A novembre.
Ma può accader d’ottobre.
Meglio però nei giorni de’ morti.
No. Molto meglio, da quando esiste,
per la festa armata.
4 novembre.
50 alluvioni in seicento anni.
20 gravi, 25 gravissime. 6 disastrose, una per secolo.
Ma allora si sapeva?
Sì, eppure nessuno ricorda.


[il passato è passato]

Gli anni di Cristo 1333, il primo di Novembre, cominciò a piovere sì fortemente, e con tanta ruina d’acqua, che i fiumi e li fossati crebbono sì forte, e missero in Arno, che a dì 3 di novembre tutto il piano d’Arezzo, e di Valdarno di sopra allagò, e guastò molti edifici. Il dì medesimo la notte, vegnendo il dì 4, ruppe la porta alla Croce, e la porta alla Giustizia, e lo muro del Corso de’ Tintori, per modo che fu sì grande l’empito, che allagò quasi le tre parti della città di Firenze, e grande spavento misse ad ogni persona. Allagò la Chiesa de’ Frati Minori e così fino a Porta di Duomo, per modo che andò all’altare di San Giovanni, e allagò la chiesa di S. Reparata, e allagò S. Maria Novella. E in Mercato Vecchio, e in quello nuovo fu tre braccia alto, e nel Palagio dei Priori, fu al secondo scalone.
E vegnendo con così tanto empito, abbatté il Ponte Vecchio e lo Ponte a Santa Trinita, e lo Ponte alla Carraia. E molti uomini, e donne, e fanciulli ne menò, e non sapeano i cittadini dove loro scampare si potessero, ma fuggivano di casa in casa, di torre in torre. E questo fu lo giovedì infino a sera.
La notte cominciò a mancare. Trovossi nel Valdarno di sotto grandissimo danno di bestiame, e di genti, e di case, e di masserizie, e furono molto guaste le semente, e andatone il fiore de’ terreni lavorati, e gran danno di mura delle Terre di Valdarno fece infino a Pisa. Dissono gli antichi, che mai non fu si grande acqua a’ loro tempi, e di ciò si dolsero quasi tutti i Taliani, del danno di Firenze, che fu inestimabile. Era il 4 novembre 1333.


Essendo negli ultimi giorni d’Ottobre piovuto continuamente, s’incominciò il lunedì sera, penultimo giorno di quel mese, ad aver qualche sospetto che il fiume non traboccasse, con tutto ciò pochissimi furono che pensassero a prendervi alcun riparo; verso le cinque della notte cominciarono a sentir voce per la città, massimamente ove il fiume è vicino, che la piena veniva; il che fu cagione che molti si levassero e si dessero a sgomberare i luoghi da basso, a turare le finestre delle cantine, e le porte di via, a provvedere alle botti del vino, e a prender quei rimedii che il bisogno e la fretta concedeva; tra le sette e l’otto si sentì il fiume, superate da ogni parte le sponde di esso, già esser allagato per la città e andar licenziosamente discorrendo per tutti i luoghi più bassi di qua, come di là d’Arno. Era il primo novembre 1589


E siccome le cause stesse, date le stesse condizioni, non producono che li stessi effetti, così il farsi a narrare in quanti modi e quanto gravemente ha afflitto il nostro misero paese questo flagello, non sarebbe che un ridire le stesse triste vicende che qui leggemmo essersi più volte infaustamente ripetute nei tempi andati. […]
Cessando però dal più oltre rivolgermi tra le lagrime e lo squallore della città e d’intiere popolazioni delle nostre più basse contrade, che poco innanzi per la operosità e la floridezza che vi regnavano erano l’invidia e la maraviglia di chi le percorreva, mi sia di conforto il rammentare che […] il tristo accidente che oggi deploriamo si assomiglia per l’estensione e l’intensità dei mali sofferti a quello dei primi di Novembre del 1589.
[…]
Alla classe più bisognosa, la quale fu danneggiata dalla fatale inondazione, molto rimaneva a sperare nella carità dei concittadini e degli stranieri che han tetto ospitale tra noi; imperocché invocata ad alleggerire con libere offerte la sventura di più migliaia di confratelli colpiti dal deplorato disastro, rispose generosamente, raccogliendosi tutti, senza distinzione d’ordine e culto  […]. Cosicché in più guise questa figlia del Cielo cumulò elargizioni e aiuti, onde asciugare almeno in parte le lagrime di tanti infelici. Né furono sorde al nobile e santo appello le altre città e comuni del Granducato che andaron salve da questa sovversione, poiché tutte si emularono nel pietoso sovvenire alla capitale e alle altre che trovavansi del pari in angustie. 1844


[La pioggia grande]

Il ponte di Woeikoff è un corridoio che si crea fa due anticicloni: due aree di bel tempo separate da un cuscino d’aria gelida proveniente dalla Siberia e diretta verso sud. Alza un vento freddo, porta la bora, porta la neve anche a bassa quota. È tipico d’inverno, il ponte di Voeikoff, rarissimo fuori stagione.
In tutto il Novecento, nella storia d’Europa si ricordano tre ponti di Woeikoff disgraziati: il primo, nel 1956, portò dall’Unione Sovietica non solo pioggia e acqua ma anche l’Armata Rossa fino in Ungheria. L’ultimo, nel 1994 allagò il Piemonte. Fra i due, il peggiore, quello del 1966: quell’anno ebbero via libera le correnti fredde di origine polare che dal Bassopiano Sarmatico, dagli Urali sopra il Don raggiunsero le regioni centromeridionali d’Europa.
Grande fu il campo di battaglia: da Trento a Grosseto, da Venezia a Firenze, che di quello scontro divenne il cuore. Per molti fu una nuova guerra: invisibile il nemico, fino alla mattina di quel 4 novembre in cui ben altre Forze Armate penetrarono, e occuparono, la città.

Piove in Toscana, alla fine dell’estate 1966.
Piove come non ha mai piovuto. E la terra s’impregna d’acqua.
Piove a settembre e piove a ottobre. Piove in abbondanza: è un monsone che invece di allagare l’India e il Bangladesh si riversa sull’Italia.
Piove ininterrottamente l’ultima settimana d’ottobre. E poi…
…e poi la temperatura crolla. Di colpo sottozero. Il primo di novembre?
Casentino e Mugello sono imbiancati di neve. Il Pratomagno è bianco, come raramente capita anche in pieno inverno. A Trieste è bora. Eccolo qua: il ponte di Woeikoff è arrivato. Con due mesi di anticipo.
Alexander Woeikoff, esimio metereologo russo di fine Ottocento… in suo onore il ponte si chiama così. Ma chi lo conosce questo siberiano di serie B? ha sempre piovuto in Italia di questi tempi, non scherziamo… piove, i fiumi si ingrossano, si allargano un po’, qualche campagna va sott’acqua, un po’ di danni e poi tutto torna normale, altro che Siberia…

È vero, come fai a pensare diverso da così? E quella neve è bella, fa bene al cuore, fa sorridere i bambini che sognano gite per il gran ponte: venerdì 4, sabato 5 e domenica 6. Se smette di piovere si va a far palle di neve sull’Abetone, o in Pratomagno!
Ma non smette di piovere. Anzi. Dopo qualche ora di tregua e schiarite per il giorno d’Ognissanti, il 3 novembre, da sud, arriva l’ultimo ospite inatteso: è un fronte d’aria umida e calda che sale dall’Africa, attaversa il Mediterraneo e si abbatte sulla Toscana. Trova spazio in Maremma, si spinge verso nord, investe Siena prima e Firenze poi, finché trova la montagna e sale, sale a 2000 metri, vuole passare e vedere come è il mondo dall’altra parte, su, al nord. Poi, lo scontro con il ponte di Woeikoff. E la fine è nota: quando si schiantano uno contro l’altro un fronte freddo e uno caldo, il primo schiaccia il secondo e lo disintegra. È gigantesca questa perturbazione carica d’umido africano. Risale la montagna innevata, si ghiaccia, e tutto il suo immenso carico di vapore si condensa, in un attimo. Rilascia il calore, la temperatura sale di colpo, la neve si scioglie e, sopra una terra già pregna di due mesi d’acqua, comincia il diluvio universale.

Può accadere. Raramente, ma accade. Dicono una volta al secolo, forse due: di più è difficile, una concomitanza di condizioni metereologiche di questo genere è rarissima, ma può accadere. Ci vuole che tutti gli invitati arrivino al momento giusto, o sbagliato – dipende dai punti di vista - ma può accadere e se tutte le condizioni vengono rispettate… è diluvio.
In Casentino, tra il 3 e il 4 novembre 1966 piovvero 150 millimetri d’acqua in ventiquattro ore. E su Firenze, in poco più di un giorno, cadde un quarto della pioggia di un anno intero. Tutti i fiumi, i torrenti, i canali, i fossi furono travolti dalla piena e riversarono nell’Arno un’acqua mai vista, l’acqua della più grande pioggia mai caduta da almeno seicento anni, da quel lontano novembre ‘333 che evidentemente, a Firenze, tutti hanno dimenticato.


[come una guerra]

Il Casentino è fradicio d’acqua.
Il Valdarno è fradicio d’acqua.
Il Mugello è fradicio d’acqua.
La guerra grande dell’Arno furioso può iniziare.

Nasce sul confine, l’Arno, tra Romagna e Toscana, a 1654 metri di quota.
Poi scende verso il Casentino: Stia, Pratovecchio, Ponte a Poppi, Bibbiena, Rassina, Santa Mama, Subbiano, Capolona. Punta su Arezzo ma improvvisamente, con ampia curva svolta verso nord, pianeggiante nella valle che prende il suo nome. Passa Ponte Buriano, Monte Sopra Rondine, la Penna, si infila tra Terranova e Montevarchi, poi attraversa San Giovanni, Figline, Incisa, Rignano e poi su verso Pontassieve.
Pont’a Sieve: proprio lì l’acque d’Arno s’uniscono a quelle del Sieve, che a sua volta raccoglie tutte l’acque del Mugello. E nella notte fra il 3 e il 4 novembre 66 quelle acque sono davvero smisurate.
Smisurate come quelle che precipitano sul Casentino.
Smisurate come in un incubo monsonico: tre-mesi-di-pioggia-in-un-giorno.

Non ce la fa, l’Arno.
Non ne può più di gonfiare quel suo letto malandato.
Sono le 11 di sera e a Ponte a Poppi l’acqua invade prima le strade e poi le case.
«Ci eravamo abituati, all’inizio ci sembrò l’acqua di ogni novembre. Io stavo al primo piano, sotto di noi c’era un antiquario. Quando sentii i mobili galleggiare e sbattere gli uni contro gli altri compresi che quella notte, quella nuova guerra sarebbe stata molto peggio di ogni altra acqua alta».
Acqua alta… l’acqua alta del secolo, quella notte, è a Venezia.

[Venezia]

L’alta marea aveva invaso la città lagunare alle 10 di sera, 3 novembre. Acqua alta, altissima.
Alle 5 del mattino avrebbe dovuto ritirarsi: sei ore cresce, sei ore cala, è la norma, no? Invece no, quel giorno nemmeno le regole astronomiche vengono più rispettate dalla natura. La marea cala appena appena, ma non scende e a mezzogiorno le acque già gonfie si gonfiano ancora. Sotto la pioggia e un caldo sciroccale neanche gli stivaloni ti bastano più: barca o niente. Arriva la paura: cosa farà la marea oggi pomeriggio? Non calerà nemmeno questa volta? Senza più corrente, telefono e gas, al buio repentino di novembre, la marea avrebbe dovuto decrescere. Invece riprende a salire. Quell’equilibrio innaturale, dovuto al lavoro idraulico di generazioni intere di serenissimi veneziani, si è rotto. E là, dove la laguna è separata dal mare con un filo di terra, quel filo di terra non esiste più: son saltati i Murazzi. Alimentate dal forte scirocco, le acque marine avevano invaso la Laguna radendo al suolo ogni forma di protezione.
L’isola di Sant’Erasmo non c’è più.
La spiaggia del Lido nemmeno.
Il Cavallino è scavalcato di netto.
Addio San Pietro, addio Pellestrina…
È la fine del mondo, di quel mondo fuori dal mondo: l’acqua continuerà a salire e Venezia scomparirà. Per sempre.
Invece no. Non per sempre, ma come sempre, qualcosa – da niente – accade, gira il vento e – quando ormai nessuno più ci spera – l’acqua cala. La marea si abbassa.
Ventiquattro ore sommersi.
Acqua alta un metro e novantaquattro.
La laguna trasformata in una trappola che non riesce a espellere la marea.
E la marea – rompendo regole secolari che mai nessuno ha pensato potessero mutare – lì a minacciare isole e città.
Guerra.
Guera granda.

Sì, noi qui la chiamiamo guerra dell’Arno, e non c’è dubbio che Firenze fu l’epicentro di quel terremoto d’acqua e melma. Ma quella guerra fu combattuta in molte, troppe, parti d’Italia. Città, campagne e vallate subirono quella nuova, e totalmente inattesa occupazione.

Bolzano sott’acqua.
Trento sott’acqua.
Brescia sott’acqua.
Vicenza sott’acqua.
Rovigo sott’acqua.
Treviso sott’acqua.
Belluno sott’acqua.
Oderzo sott’acqua.
Latisana sott’acqua.
Bibione sott’acqua.
Lignano sott’acqua.
Iesolo sott’acqua.
Venezia sott’acqua.

Il mare porta via Venezia e l’Arno gonfia.
Gonfia, l’Arno e non si accontenta di inondare Ponte a Poppi.
Allaga le terre del Casentino: bene, almeno si sfoga.
Sì, potrebbe sfogarsi, magari a Campaldino, nella piana della grande battaglia. Invece no. Non smette di gonfiare. Prosegue e gonfia. Incontra due dighe, il fiume furioso: La Penna prima e Levane poi. Sono state costruite negli anni Cinquanta e nel ‘62 nazionalizzate, come tutte le dighe d’Italia.
Alla Penna la piena è arrivata presto e nessuno sa cosa fare. Già nel pomeriggio del 3 la pressione è enorme: dobbiamo aprire? Far sfogare il fiume? O resistere, fintanto è possibile? Quanto continuerà a salire quest’acqua bastarda? Resistiamo. Non può montare ancora. Beato ottimismo.

La sera, la situazione è insostenibile: la diga non ne può più e ci si prepara al peggio. Basta, tocca aprire. Così vengono aperte le bocche della Penna e poi quelle della diga di Levane, prima che l’onda distrugga lo sbarramento. Sono tutti impotenti di fronte alla portata di quella montagna d’acqua che si sta riversando a valle. E l’alluvione s’abbatte sul Valdarno.

Levane sommersa.
Montevarchi sommersa.
Figline sommersa.
Nelle piatte campagne della valle lo spettacolo è mostruoso: famiglie sui tetti dei casolari, carcasse d’animali alla deriva, acqua e fango dappertutto. Risaie. Risaie in Toscana.
Intanto continua a piovere. E la piena non rallenta.
Distrugge, l’Arno impazzito: distrugge tutto quello che incontra e non frena la sua ira, anzi, monta, monta e trova nuovo feroce vigore proprio lì, dove incrocia acque ed arme con il Sieve. È come se tutto il Mugello, il Casentino e tutta l’alta valle dell’Arno si riversassero, alle porte di Firenze, nel letto ormai sfondato del fiume furioso. Tutto trascinando con sé. Verso la città. Contro la città.


[buongiorno]

Dorme Firenze.
Aspettando un giorno di festa.
4 novembre. Venerdì. Forze Armate.
Dorme, Firenze, nessuno al lavoro, e neppure a messa: festa civile, tutti a casa.
Dorme, Firenze. E nessuno la sveglia.
Ma l’acqua sale.
Chiusa l’autostrada del Sole.
Interrotta la Ferrovia.
Incisa sott’acqua.
Rignano sott’acqua.
Reggello sott’acqua.
Pontassieve sott’acqua.
Le Sieci sott’acqua.
Compiobbi sott’acqua.

All’una di notte l’Arno straripa anche a ovest di Firenze, a Lastra a Signa. Tutte le strade che vanno verso Empoli, Pontedera e Pisa sono interrotte.
Ora Firenze è completamente isolata.
Dorme, aspettando la festa.

Il primo a essere svegliato è il colonnello dei Carabinieri di Firenze, è la centrale operativa: dal Valdarno continuano a telefonare chiedendo interventi d’emergenza.
Poi svegliano il sindaco, Piero Bargellini, lo scrittore fiorentino imprestato alla politica per quella giunta di centrosinistra così difficile da gestire.
Quindi il prefetto, monsieur de Bernart, che ha appena preso servizio a Firenze. Città di provenienza: Venezia, gran brutto segno.

Tutti insieme, colonnello sindaco e prefetto non sanno cosa fare: a Ponte Vecchio l’acqua è a un metro dalle arcate.
Avvertire la popolazione? Ma cosa potrebbe accadere dando l’allarme in una città di quasi quattrocentomila abitanti in piena notte? E poi è davvero possibile che la situazioni peggiori ulteriormente e l’acqua monti ancora?

Intanto una guardia notturna in servizio a Ponte Vecchio avverte gli orafi: «Stanotte crolla: prima che sia troppo tardi salvate il salvabile e poi mettetevi in salvo anche voi».

«Sarà stato poco prima dell’una, non dormivamo ancora. Ci telefona la guardia di notte: signora, sarà meglio che venga. Prendiamo le prime valigie che ci capitano sotto mano e via di corsa con la macchina. Diluvia, quando arriviamo a Ponte Vecchio. Un gruppo di 500 e 600 coi fari accesi: scendono dei ragazzi che ci corrono dietro. Ridono e urlano: forza forza che gliè la volta bona, tra dieci minuti crolla tutto, è meglio che li date a noaltri tutti que’ gioielli, guardali bellini come corrono! A mio marito non gli riusciva d’aprire, la serratura pareva bloccata. Ci mise diversi minuti, saranno state le due quando si entrò in negozio. Il pavimento tremava da far paura, fuori si vedono passare tronchi d’albero. La tentazione fu quella di fuggire, si sentivano tonfi tremendi, e quel pavimento che tremava tremava tremava. Si prese le prime cose che si trovarono, e quelle dei clienti. Mio marito si chiuse nello studio e mi disse «te scappa». «Vieni via! vieni via!», gli feci io. Erano arrivati due carabinieri che ci dissero la stessa cosa: «venite via che c’è pericolo, venite via!» Un amico m’accompagnò a casa. Tornai verso le tre con altre valigie. Era saltata la luce, c’era un buio pauroso e diluviava ancora. Si scappò via. L’ultima cosa che ricordo è un tronco gigantesco e una millecento portati dall’acqua come giocattoli che sbattevano contro il davanzale della finestra, e mi pareva d’essere impazzita. Si scappò via, ma qualcuno volle restare e si sentivano i carabinieri urlare: a vostro rischio e pericolo, a vostro rischio e pericolo. E noi allora gli si urlò: ma perché non andate ad avvertire l’altra gente, perché non andate con la macchina a dare l’allarme? E loro risposero: non abbiamo l’ordine.»

A parte colonnello, sindaco, prefetto, una guardia notturna, una decina d’orafi, un gruppo di ragazzotti e due carabinieri senza ordini, dorme Firenze.
La città è imbandita di bandiere tricolori e stand dell’esercito, tutti pronti per dare il benvenuto alle nostre gloriose Forze Armate in festa.
Ma verso le tre di quel buio mattino d’autunno ben altra fu l’Armata che venne a far breccia in Firenze, pronta per un feroce, durissimo e inatteso saccheggio.

Alle 3 di notte il Mugnone, torrente cittadino, straripa e allaga le Cascine. Alle 3 e mezzo l’Arno rompe gli argini. A Rovezzano, a San Salvi, a Varlungo.
Non basta: le vecchie fogne cittadine non ce la fanno più ed esplodono, ora anche dai tombini arriva l’acqua, sono getti potenti, alti un metro. L’acquedotto sta per saltare: «E’ un disastro, si affoga tutti, abbiamo cominciato a staccare i motori…» sono le ultime parole di un operaio in servizio notturno all’acquedotto. Maggiorelli si chiama, Carlo. Gli dicono di venir via, di mettersi in salvo. «Non posso abbandonare la sorveglianza» risponde. Carlo Maggiorelli fu il primo morto della guerra dell’Arno. Morto così, sul posto di lavoro, tentando l’impossibile, ritrovato due giorni dopo, in un cunicolo pieno di fango.

San Niccolò sott’acqua.
Santo Spirito sott’acqua.
San Frediano sott’acqua.
L’Isolotto sott’acqua.
San Bartolo sott’acqua.

Una dopo l’altra cominciano a saltare le cabine elettriche.
Casa dopo casa: il telefono tacque, la luce si spense, i rubinetti s’inaridirono, il gas se ne andò. I fiorentini ancora svegli accesero le candele, la città tornò indietro di secoli, molti si accorsero, con spavento improvviso, della loro fragilità, e si sentirono indifesi.

Lastra a Signa sott’acqua.
San Colombano sott’acqua.
Badia a Settimo sott’acqua.

Il fiume corre a 60 all’ora e non ha nessuno intenzione di calare. Roboante il suo incedere.
Straripa a lungarno Acciaioli. Straripa a lungarno alle Grazie.
Sono le sette di mattina quando cede la prima spalletta, quella di piazza Cavalleggeri, e il fiume furioso invade la Biblioteca Nazionale e Santa Croce.
7 e 26: tutti gli orologi elettrici di Firenze si bloccano qui.
Finito.

Immagini e musica.

Anche se il tempo s’è fermato, sarebbe il caso di dare la sveglia alla città, no? Fiorentini, buon giorno!, perché non andate a fare colazione dai vostri vicini dell’ultimo piano? non si sa mai, forse è meglio, forse vi salvate…
No. Nessuno avverte nessuno. Lasciamo che i Fiorentini se ne accorgano da soli quando galleggeranno nel fango e nella merda. Sempre ammesso che riescano a galleggiare.

A San Giovanni di Dio salta il gruppo elettrogeno, e i malati restano al buio mentre l’acqua invade gli scantinati e arriva al piano terra. Anziani, uomini e donne appena usciti dalla sala operatoria, oppure freschi di gesso, malati terminali vengono condotti a spalla ai piani superiori.

Via Bolognese è franata.

Al manicomio di San Salvi l’onda solleva i pavimenti e raggiunge i tre metri in pochi minuti. Alcuni ricoverati urlano, altri restano impietriti, catatonici. La farmacia è allagata, non c’è a disposizione nessun tipo di calmante se non la tenerezza di quegli infermieri e di quei dottori che proveranno per tutta la notte a tranquillizzare i malati in preda a crisi isteriche e depressive.

Lungarno Soderini è franato.

All’ospizio di Montedomini un migliaio di vecchi vengono spostati ai piani superiori. Piano, uno a uno, con l’acqua alle ginocchia. I ciechi fanno una catena. Altri restano lì, fermi, nel fango, non sanno, non capiscono… ma come glielo spieghi, a un vecchio di ottant’anni che deve mettersi in salvo dalla furia di un fiume?

Sono le nove quando torrenti d’acqua melmosa si riversano in piazza del Duomo, e qui si scontrano, si trasformano in gorghi, tra la cattedrale, la Loggia del Bigallo e il Battistero, spalancato dalla furia dell’acqua che si porta via le formelle della Porta del Paradiso, le ritroveranno nel fango il giorno dopo. Il Duomo è inondato.
È un mare di colore spaventoso e immondo, fatto d’acqua melma e nafta: ormai, ai primi di novembre, ogni casa, ogni condominio ha fatto il pieno di gasolio da riscaldamento e ora l’Arno, penetrando nei serbatoi, se lo porta via, mischiandolo schifosamente con tutto il resto. Alberi, pietre, automobili, motorini, animali, biciclette, edicole, porte, portoni, mobili, scarpe, borse, ombrelli, cartelli stradali, libri, giornali, crocefissi, monumenti, opere d’arte, lampioni, escrementi, rifiuti, cadaveri, carcasse. Tutto mischiato, secondo il più democratico dei criteri: la distruzione indistinta del tutto.

Sale l’acqua.
Alle dieci del mattino ha raggiunto e superato i 3 metri d’altezza, è arrivata fino ai primi piani delle case: a Santa Croce sono 4 metri e 45, quasi 5 in via Ghibellina.
In via Scipione Ammirato un forte esplosione, si sente in tutta la città. È saltato in aria un deposito di bidoni di carburo: un vecchio è morto. Si sparge la voce che stanno scoppiando le condutture del gas. È il panico.

Al carcere di Santa Teresa in via della Mattonaia l’acqua supera i 4 metri e il terrore esplode fra i detenuti – sono più di duecento –, che vengono portati all’ultimo piano del carcere. Sopraffate le guardie di custodia, un’ottantina di carcerati raggiunge i tetti del penitenziario: si tuffano nell’acqua melmosa, si mettono in salvo aggrappandosi ai tronchi portati dalla corrente. L’ultimo, il più giovane, ha paura, non ce la fa a buttarsi. Dagli altri tetti sono i Fiorentini a incoraggiarlo: «Buttati, che arriva un tronco!»

Si buttò male e tardi. Lo videro annaspare e poi scomparire. Il suo cadavere venne ripescato a un chilometro dal carcere.

Un gruppo d’evasi svaligia un’armeria e riesce a dileguarsi in canotto. Alcuni s’arrendono, altri si mettono ad aiutare le persone più disperate. Un gruppo cerca di entrare nel convento delle suore domenicane, ma le sorelle resistono alla furia del fiume e degli uomini. Altri ancora cercano rifugio in case qualunque. Grato dell’ospitalità, uno ringrazia e promette: «Signora, appena sarò in grado di fare un buon colpo mi ricorderò di lei!»

Le Murate sott’acqua.
Brozzi sott’acqua.
Campi sott’acqua.
San Donnino sott’acqua.

Tutto travolto.
Travolti i beni e le fatiche degli uomini.
Interrotte strade autostrade e ferrovie.
Massacrati gli animali.
Terrorizzate le persone.
Isolate le case.
Divelte le spallette.
A sessanta chilometri l’ora.
Melma oscura, oleosa.
Fortissimo il rumore, ingigantito dallo scrosciare della pioggia. E non basta: l’acqua aziona i contatti elettrici di molte auto e un agghiacciante, ripetuto coro di clacson si leva sulla città sommersa.

Il fiume s’è fatto mare e d’improvviso Firenze diventa una Venezia plumbea e fangosa.
Invasa Santa Croce.
Distrutto il grande crocefisso.
Messa a ferro e fuoco la Biblioteca Nazionale, il Gabinetto Viesseux, la Sinagoga, il Museo della Scienza.
Trentamila automobili vengono scaraventate le une contro le altre e trasformate in involontarie e inutili barricate che non possono difendere da alcun nemico.
Vai, sali, sali al primo, no al secondo piano. Più in alto, sul tetto. Senza niente da mangiare. Niente da bere. Nulla per coprirsi. Anche quattro giorni qualcuno vi restò, in attesa di liberatori che non volevano arrivare.

San Niccolò sott’acqua.
San Jacopo sott’acqua.
Santo Spirito sott’acqua.
San Frediano sott’acqua.
Ponte Vecchio? Ponte Vecchio sott’acqua.
Ma crolla?
Crolla Ponte Vecchio?!
No, Ponte Vecchio non crolla.
Sventrate le botteghe.
Minato il corridoio.
Incrinati gli archi.
Ma Ponte Vecchio resiste.

Buon giorno Firenze. E ben svegliata. Buon 4 novembre a tutti!
L’occupante dà il buon giorno alla città, dato che finora nessuno lo ha fatto: non il prefetto, non il sindaco e nessun altro.
Buon risveglio a tutti.
L’incubo è solo all’inizio.

Borgognissanti sott’acqua.
Via del Parione sott’acqua.
Il Tribunale sott’acqua.
Piazza dei Ciompi sott’acqua.
Il mercatino delle pulci non c’è più.
Sant’Ambrogio sott’acqua.
Via di Mezzo, via degli Alfani, via de’ Pilastri, la Pergola: tutto sott’acqua.

Suona, la campana del Bargello, lenti rintocchi, dalle 10 fino all’ora che soltanto un giorno prima era l’ora di pranzo. Ma ora cosa vuoi mangiare, cosa puoi bere?
Suona il Bargello: è la resa della città.
Da piazza Alberti a piazza Beccaria, dalla Santissima Annunziata al Duomo, dalla Stazione a piazza Puccini alle Cascine fino a Sesto, un unico lago giallo e nero ha travolto Firenze, che vive la sua ecatombe spaccata in due: nessun ponte è transitabile e, più ostico e invalicabile del muro di Berlino, l’Arno vieta i ricongiungimenti con chi è rimasto dalla parte sbagliata.

Impossibile muoversi.
Impossibile uscire.
Impossibile comunicare.
Vorresti farlo sapere a parenti e amici che cosa sta succedendo, che sei vivo e che stai lottando per salvare persone cose negozi botteghe e uffici, ma non c’è nessun modo, nessun telefono per mettersi in contatto con il mondo fuori. E il mondo, fuori, appena oltre piazza Alberti, tutto ignora. Solo da piazzale Michelangelo vedi e capisci: Firenze non c’è più.

Sale l’acqua. Tre metri. Quattro, sei, in alcuni punti. Piove che dio la manda e non vuole smettere. Fino alle 6 del pomeriggio.
Poi, basta.

Sono le 18 di quel venerdì 4 novembre, festa delle Forze Armate. E l’acqua cala.
Vien voglia di dire quel 4 novembre senza precedenti. Ma non puoi… no che non puoi, te lo ricordi? Cinquanta alluvioni in seicento anni, venti gravi, venticinque gravissime, sei disastrose, una al secolo: hai avuto almeno una piena distastrosa al secolo, te lo ricordi? 1844… 1589… 1333… 1269…

Non far finta di non sapere.


Per la detta pioggia il fiume d’Arno crebbe in tanta abbondanza d’acqua, rovina ed empito, ché sommerse molto del piano del Casentino, e poi tutto il piano d’Arezzo, e del Valdarno di sopra per modo, che tutto il coperse e scorse d’acqua, e consumò ogni sementa, abbattendo e divellendo gli alberi, e ogni edificio e casa appresso all’Arno, onde perirono molte genti. E poi scendendo nel nostro piano, per la qual cosa il giovedì a nona a dì 4 di Novembre 1333, l’Arno giunse sì grosso alla città di Firenze, ch’egli coperse tutto il piano di San Salvi, e fu sì grande l’empito dell’acqua, non potendola lo spazio dove corre l’Arno per la città ricevere, che ruppe e mise in terra tutta la città, di qua e di là dall’Arno… lasciando tutte le vie e case, e botteghe terrene, e volte sottoterra, che molte n’avea Firenze, piene d’acqua di puzzolente mota, che non si sgombrò in sei mesi.

È la stessa storia, la storia di sempre, non far finta di non sapere.

Alle sei del pomeriggio della più paradossale festa delle Forze Armate che storia ricordi, cala l’acqua. Smette la pioggia. Si apre il cielo e in quella prima notte della nuova occupazione, almeno per alcune ore, a Firenze, tornammo a veder le stelle.
Ci sentimmo liberi, come quando era finita la guerra. E, stanchi come se su di noi fossero passati tutta l’acqua, tutto il fango, tutta la disperazione del mondo: stava iniziando la notte più lunga di Firenze.

Nessuno dormì.
Per la paura, per il freddo, per la solitudine.
Sì, avevamo paura che esplodessero le tubature del gas e che tutta la città saltasse per aria.
Temevamo per le dighe del Valdarno: che un’altra onda di piena ci trasformasse in una nuova Longarone, tre anni dopo.
Temevamo i crolli delle case, gli evasi armati. Temevamo le epidemie per tutti gli animali morti e putrefatti in strada. Temevamo per gli anziani soli, per coloro che erano già morti, per i nostri cari e per tutto quello che non sapevamo, per tutta quella bellezza che stava per scomparire, per le migliaia di persone che erano ancora assediate gli ultimi piani e sui tetti. Senza niente da mangiare. Niente da bere. Nulla per coprirsi.

Nessuno dormì.
Nessuno si mosse.
Tutti rimasero agli ultimi piani o sui tetti.
Senza niente da mangiare.
Niente da bere.
Nulla per coprirsi.

«No, il mi’ babbo no. Il mi’ babbo disse: “io c’ho mezzo chilo di rost beaf e me ne sto qui. O l’acqua cala, e io me lo mangio, oppure – se deve salire ancora e portarsi via tutta Firenze – che me ne fo di salvarmi?”»


Quello che la mattina del 5 novembre si presentò agli occhi dei Fiorentini fu un dopoguerra cupo livido e fangoso. Immondo. Osceno. Deforme.
L’acqua se n’era andata. Al suo posto, ovunque ti voltassi, a perdita d’occhio, un mare di fango, una poltiglia che tutto ricopriva.

Ai primi soccorritori le strade del centro sembrarono impenetrabili, per quelle inverosimili barricate d’auto erette con furia selvaggia dall’Arno in rivolta.
Marciapiedi, mura, strade e palazzi ridotti a monti di macerie e rifiuti di ogni tipo.


E a tre metri d’altezza, su ogni muro, chiesa, statua, casa, cinema o negozio un nauseabondo rigo nero, il segno dell’offesa della nafta, a dire: fin qui l’Arno, il 4 novembre 1966. Non ve ne dimenticate, cittadini.
Tutto il popolo di Firenze se ne stava immerso fino alle ginocchia fra detriti e fango, sotto quel rigo unto e umiliante: se ne stava silenzioso, muto, in un’unica bestemmia tesa contro il fiume, l’uomo e dio.

Sì. In silenzio.
In silenzio cominciò il lavoro.
A mani nude.
Secchi e badili.
Soli. Senza aspettare.
Aspettare cosa? aspettare chi, lo stato? L’esercito? I soccorsi? Quali soccorsi. Quale stato.
No grazie.
Tutti insieme e ognun per sé a ripulir case, cantine, strade, androni, negozi, botteghe, palazzi, piazze.

Tutti insieme e ognun per sé a ripulir Firenze e scoprire danni che fecero piangere il mondo: nel refettorio di Santa Croce il fiume ha travolto il crocefisso di Cimabue. E come un corpo devastato dal fuoco, le ustioni dell’acqua hanno portato via il settanta per cento del Cristo, che un’altra volta ancora viene deposto nel dolore e nel pianto, adagiato nella speranza che gli ultimi brandelli della pelle del Redentore non vadano perduti.
Sono un milione e trecentomila i volumi e i giornali finiti sott’acqua nei depositi sotterranei della Biblioteca Nazionale. Tutto il nucleo cinquecentesco è danneggiato, i centomila volumi della raccolta magliabechiana, i cinquantamila grandi formati della Palatina, tutte le carte geografiche antiche, la raccolta dei manifesti, milioni di schede di inventario, gli uffici, le sale di lettura, di consultazione, gli archivi, l’economato, il gabinetto fotografico.
Al Viesseux tutti i duecentocinquanta mila volumi sono andati, tutti, sommersi.
Trentacinquemila ai Georgofili.
Quattordicimila nella Sinagoga. Novanta rotoli di antiche pergamente lunghe cinquanta metri sono impregnati d’acqua e fango: vi è trascritta a mano la legge mosaica.
Nella chiesa di Santa Maria Novella gli affreschi di Paolo Uccello sono danneggiati. A Ognissanti è toccato a Botticelli, al Ghirlandaio e a Vasari, altrove a Lorenzetti, a Simone Martini, a Domenico Veneziano, Neri di Bicci, Ribera, Velasquez, Millais. Disfatto il museo della Scienza, devastata la sezione etrusca dell’Archeologico.
Neanche i Tedeschi avevano osato tanto. Fu un console, nazista ma civile, e innamorato di Firenze, ad aver misericordia. Qui, il 4 novembre 66, misericordia non l’ha avuto nessuno.

Al mercato di Sant’Ambrogio l’odore è insostenibile, tonnellate di merci avariate attendono di essere distrutte.
Migliaia di animali morti in putrefazione fanno il resto.
Alle Cascine hanno potuto mettere in salvo soltanto i cavalli più pregiati, tutti gli altri – e sono centinaia – sono stati travolti dalle acque. Proveranno a bruciarli, proveranno addirittura con il napalm, ma impregnati d’acqua come sono non c’è niente da fare: ci vorrà la calce viva per cancellare quell’incubo di morte putrefatta.

«Alle 4 del pomeriggio, a un’ora dal tramonto, ho perso il conto dei tempi volati, delle tratte percorse, dei salvataggi effettuati. Ero stanco morto come i miei due sottufficiali d’equipaggio. Ciò nonostante, se tutti e tre avessimo potuto ordinare al sole «Fermati!», l’avremmo fatto, e ripreso a volare, tant’era la desolazione su cui andavamo e immane la sua proporzione. Era l’alluvione della Toscana: in un mare senza fine di acque limacciose scorrevano le cose più impensabili, le carogne di animali annegati e ogni cosa che la furia era riuscita a strappare. E sui tetti, sui balconi delle case, gente e poi ancora gente, che agitava le braccia implorando, al nostro passaggio.
Il mio era il primo elicottero inviato in zona.
Ricevetti l’ordine di prendere qualunque iniziativa, purché togliessi dal pericolo più gente che potevo.
Cominciammo con il verricello, ma ci rendemmo conto subito che avremmo perso un sacco di tempo perché ogni recupero era laborioso e lungo, sproporzionato all’urgenza. Decidemmo per un sistema meno ortodosso: avvicinarci e fermarci in volo stazionario a pelo dei malcapitati e tirarli manualmente a bordo. Dopo una decina di corse smettemmo di imbarcare secondo quantità di persone, ma a peso, bilanciando tra grandi e piccoli, grassi e magri, fino al limite del peso trasportabile.
Alle 4 del pomeriggio ero fermo a Pisa per il quinto o sesto rifornimento. Volevamo smettere, per la mancanza di luce. Poi ci dissero che dalle parti di Montespertoli c’era una donna disperata, al settimo, ottavo mese di gravidanza, su un tetto. Stava insieme a una figlioletta ed era irraggiungibile via terra e via acqua anche con i gommoni. Ripartimmo.
In venti minuti, con quel poco di luce che stava tramontando, fummo su Montespertoli, ma per quanto ci guardassimo in giro e di case isolate ne vedissimo tante, di donne con bambini nemmeno una. E diventava notte. Atterrammo in campagna, nei pressi di gente radunata e chiedemmo informazioni. Un carabiniere credette di sapere che cosa cercavamo. Lo imbarcai subito. E lui dicendomi “di qua” e “di là” mi indirizzò sulla casa giusta. Su un balcone c’era la donna incinta e la sua bambina.
La terrazza era a parete, e di avvicinarsi per tirarle dentro neppure da pensare. Decidemmo per il verricello. Preparammo la ciambella e provammo a gridare alla donna come fare. Niente. Il buio calava e la donna restava la sotto, sempre più frastornata e schiaffeggiata dal vento dell’elicottero. La piccola infreddolita e spaventata piangeva.
Ci guardammo: l’unico che poteva scendere era il carabiniere. Lo convincemmo, lo istruimmo, lo calammo. Il carabiniere ci riportò su la bimbetta scalpitante. Poi provò con la donna. Ma era terrorizzata, faceva resistenza, sembrava non volerne sapere di venir su in quel modo. Poi, si decise: il carabiniere le passò la ciambella sotto le ascelle e un attimo dopo la vidi arrivare. Tirammo su il carabiniere e procedendo al buio, a lume di naso, li scaricammo nei pressi di Poggibonsi. All’asciutto. La donna tirò il fiato. Noi più di lei.»

Allora! Arrivano questi soccorsi? Macché.

Dopo tre giorni di lavoro e disperazione, i Fiorentini si accorgono di essere ancora lì, da soli a fronteggiare l’emergenza. Soli e senza mezzi. Dimenticati dallo stato, a lavorare 24 ore su 24, con le sole forze dei presenti in città: vigili del fuoco, militari, misericordia, preti, case del popolo. Quasi fossero sotto assedio, o sotto contagio, colpiti da una peste da cui tenersi lontani, in quarantena. E lo stato? E i soccorsi?
Quale stato. Quali soccorsi.
A Roma chi si è accorto di quello che sta succedendo in mezza Italia?
Sanno a Roma della guerra dei fiumi?
Pare di no.
L’unico che viene scosso da qualche preoccupazione è il presidente della repubblica: la mattina del 5 novembre Giuseppe Saragat comunica che il giorno dopo sarà a Firenze. Alle 10 è in prefettura, a parlar di morti con il sindaco Bargellini.
«Di cosa avete bisogno?»
«Acqua e viveri.»
«Queste cose bisogna che Moro le sappia.»
Sì, dice così il presidente.
Fatica Saragat a contattare il presidente del consiglio Aldo Moro. Era a Torino, Aldo Moro, al Salone dell’Auto e da lì è ripartito per Roma per una riunione urgente del consiglio dei ministri.
Ma intanto a Firenze nessuno sa cosa fare. In questo grande vuoto, Saragat ha la brillante idea di portare il suo conforto nel cuore della città, dove la gente da tre giorni lotta con le unghie e con i denti contro il fango e l’abbandono. Non ha torto Saragat, almeno lui si è mosso, ma i Fiorentini non la prendono benissimo:
«Sulla strada c’è una grossa jeep. Saragat vi prende posto in prima fila, a destra, scoperto e visibile. Gli uomini del suo pletorico seguito fanno ressa per salire con lui. Anziani parlamentari e funzionari si rivelano arrampicatori di inaspettate qualità acrobatiche. Il macchinoso carico di pezzi grossi si avvia. Lo precedono un’automobile della polizia e due grandi furgoni della TV, con gli operatori in azione sul tetto. Lo segue una teoria interminabile di automobili della polizia: dieci, dodici, quindici.» Ma cos’è, una sfilata? Un circo?
Non ci vuol molto perché i Fiorentini comincino a borbottare e quando la jeep presidenziale arriva in piazza Santa Croce e s’impantana, la città – tutta – sbotta. Non si può vedere questa scena che sarebbe comica, se la furia di chi da tre giorni aspetta aiuto non prevalesse su qualunque altro sentimento: una pletora di poliziotti impegnati a spingere a braccia la jeep fuori dal fango… «Pane!» gridano dalle finestre i Fiorentini, «Acqua!», e ora iniziano i fischi, inizia il lancio delle monetine. «Sono offesi da tutto quel gerarcume governativo e paragovernativo, da quella sfilata di automobili, di poliziotti, di giornalisti, di telecamere. Da 48 ore attendono i segni visibili della presenza dello Stato, e lo Stato si presenta per la prima volta a loro, in quella tragica vicenda, con una parata di fatui esibizionismi ufficiali, con un Capo dello Stato che vuole onestamente vedere e con tanti sottocapi che vogliono solo farsi vedere da lui. Volevano i Fiorentini essere soccorsi e si sentono solo cinematografati. Saragat intuisce tutto ciò e ordina il ritiro degli apparati televisivi e rinuncia al resto della visita».

Aldo Moro non si fa vedere. Pare che preferisca gestire l’emergenza dalla capitale.
Nessun tipo di aiuto arriva in città. Le grida di allarme si moltiplicano. Inizia il sindaco Bargellini e il messaggio è semplice e chiaro: «Non abbiamo i mezzi meccanici senza i quali non si può compiere alcun serio intervento». Servono le ruspe, i trattori, gli autocarri. Servono i soldati, a migliaia.
E nessun arriva.
L’unico tranquillo è il ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani: «Pur nei limiti imposti dalla violenza dell’alluvione, tutto quel che si poteva fare è stato fatto».

Ottocento persone vengono messe in salvo nelle zone alluvionate il 4 novembre.
Settemila il 5. Tremila il 6 e ventimila il 7: ventimila persone hanno dovuto attendere quattro giorni per essere portate in salvo. Senza niente da mangiare. Niente da bere. Nulla per coprirsi. Quattro giorni.

La rabbia cresce. È una rabbia civile, ironica – stasera umido… – una rabbia dura che unisce tutta la città, senza distinzioni politiche. Poi una lettera aperta, al presidente della Repubblica, dà la misura della situazione:
«Sappia, Signor Presidente, che in tre giorni nulla è mutato in quel panorama di squallore e desolazione che si offrì al suo sguardo. Ci sono delle pompe in azione, quasi tutte reperite da privati cittadini nelle campagne; le carcasse dei mobili, delle porte, delle finestre, i vetri, gli stracci che una volta erano indumenti sono stati ammucchiati davanti agli usci sfondati: qualche tratto di marciapiede è stato liberato dal fango, ma l’operazione sgombero e ripulitura della città è sostanzialmente ferma. La gente si lamenta di non essere assistita; sono pochissime le strade e le piazze in cui si sono visti passare dei soldati; nel lungo itinerario da noi compiuto abbiamo visto un numero di ruspe semplicemente irrisorio, e molte di esse manovrate da privati cittadini. Situazioni come quelle della nostra città non si fronteggiano con l’ordinaria amministrazione. Un popolo ammirevole per la calma, la fierezza e il coraggio dimostrati confida di trovare nella sua opera di sollecitazione, di sprone, di stimolo quell’energia giacobina che una classe dirigente ha il dovere di esprimere nelle ore difficili della vita nazionale, per essere all’altezza dei suoi compiti.»
Non la scrive un contestatore questa lettera, non è un uomo dell’opposizione, né tantomeno un estremista. È il direttore de “La Nazione”, Enrico Mattei. Il “Corriere della Sera” rincara la dose: Comune e Prefettura si sono dati di gomito. Nelle Forze Armate c’è malumore perché la politica ha tentato di strumentalizzare i primi generosi interventi dei soldati. Nessun coordinamento. Unico affanno difendere il proprio bastone di comando, nella speranza di conquistarsi il merito d’aver salvato Firenze. I ministri si sono sovrapposti alle autorità locali e conflitti sono insorti fra ministeri. «Non è colpa di uomini, che hanno dato tutto di sé in questi giorni, ma difetto di un sistema». Lentocrazia, l’hanno chiamata gli storici: era il sistema di potere e di governo nell’Italia degli anni Sessanta.

Soli. Senza mezzi. Dimenticati dallo stato, a lavorar 24 ore su 24.
«Ci diano il gas – grida una vecchia – almeno salteremo tutti in aria e la disperazione sarà finita davvero! Sono tre giorni che raspiamo con le mani nel fango, e scaviamo montagne di sudicio con le pale. Meglio morire con il gas!»

Poi la svolta.
Da quella solitudine immensa e disperata, un mattino i Fiorentini si svegliarono  con il mondo intero al capezzale della città.
«Firenze ha bisogno di tutti, perché Firenze appartiene  al mondo e tutto quello che noi riusciremo a fare è ancora troppo poco per ciò che questa città ci ha dato. Tutto quello che faremo lo faremo perché possa tornare presto la città di cui tutti abbiamo bisogno». Non sono parole di un capo di stato, ma di Richard Burton, che in un italiano stentato e senza retorica si rivolge al mondo nel documentario che Zeffirelli realizza dopo l’alluvione.
«È così che si risorge – dice La Pira – un mattone per ciascuno, senza discriminazioni. Firenze è un’isola, un esperimento nuovo, prezioso, i parroci e i comunisti lavorano fianco a fianco. Il fango risorge, è come il male, ma l’uomo se ha fede è superiore. E Firenze è fede, è una realtà altissima dello spirito. È come l’Everest, è come l’Himalaya. Ci prende lo sbigottimento a pensare che possa essere stata sommersa, ma è destinata a risorgere. Presto, presto, tutto il mondo ora è con Firenze».
Tutto il mondo, preoccupato e commosso, dall’Unione Sovietica al Sud Africa, dall’Australia agli Stati Uniti, tutto il mondo invia aiuti. I migliori specialisti corrono a restaurare i capolavori offesi e migliaia di volontari, ragazzi e studenti  di tutta Italia e mezza Europa, vengono a salvare i libri della Biblioteca Nazionale, uno per uno, pagina per pagina. Lavati e messi ad asciugare come il più grande bucato dell’umanità, disteso su chilometri di sostegni, essicatoi, tabaccaie, altre biblioteche, archivi, fili, tubi e sostegni per restituire al mondo secoli di conoscenza.
Arrivano soli, a coppie, a gruppi, da tutte le università, dalle scuole italiane. Arrivano da Francia, Svezia, Germania, Austria, Svizzera, Inghilterra, Spagna. Sacco in spalla, capelli lunghi e autostop. Non chiedono nulla, vogliono solo mettersi a disposizione per quello che serve: spalare nei musei, nelle chiese, nelle biblioteche, salvare arredi sacri, libri, riviste, ripulire le facoltà universitarie e poi le case, le cantine, le botteghe.
E si coprono di fango.
Il fango della Biblioteca Nazionale.
Il fango dell’Archivio di Stato.
Il fango di Santa Croce.
Il fango del Gabinetto Viesseux.
Il fango degli Uffizi.
Il fango della Sinagoga.
Di San Frediano, di piazza del Carmine, del Duomo, della Pergola.
Dormono nei treni messi a disposizione dalle ferrovie.
Lavorano quindici ore al giorno per sottrarre l’arte alla melma, la cultura all’oblio della barbarie: la più lunga catena umana mai vista per mettere in salvo ogni singolo pezzo di una città d’arte a un passo dalla resa.
Angeli.
Nel fango.
Senza ideologia. Senza fazioni. Solo gratitudine. E un’idea: bene comune.
Per non diventare tutti più poveri.
Per non dimenticare.
Per quel bene immateriale che di lì a poco tutti scordammo per ben altra alluvione.
Bene comune. Solo quarant’anni fa.
Con la modica spesa di un euro via sms oggi, probabilmente, ci metteremmo la coscienza  a posto, ognuno a casa propria.
Angeli. Angeli nel fango. Mille anni fa.

 
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