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I l prato dei miei ricordi di Francesco Niccolini «Avevo trentasette anni, ed ero seduto a bordo di un Boeing 747. Il gigantesco velivolo aveva cominciato la discesa attraverso densi strati di nubi piovose, e dopo poco sarebbe atterrato all'aeroporto di Amburgo. È proprio vero: sono di nuovo in Germania, pensai. Quando l'aereo ebbe completato l'atterraggio, la scritta "Vietato fumare" si spense e dagli altoparlanti cominciò a diffondersi a basso volume una musica di sottofondo. Era Norwegian Wood dei Beatles in una annacquata versione orchestrale. E come sempre mi bastò riconoscerne la melodia per sentirmi turbato. Anzi, questa volta ne fui agitato e sconvolto come non mi era mai accaduto.» Così inizia uno dei miei romanzi preferiti, Norwegian Wood, il capolavoro di Murakami Aruki, scrittore giapponese sui generis, dato che è il traduttore di autori come Truman Capote, Carver e Scott Fitzgerald. Bene: quest'anno la nostra non scuola di scrittura si occuperà di romanzo. Incipit di romanzi, per l'esattezza. E io vorrei utilizzare questo incipit per spiegarmi. per info clicca qui
Da alcuni anni la non scuola di Rosignano lavora per bienni: prima due anni per scrivere racconti personali e un romanzo corale; poi due anni per arrivare a scrivere sceneggiature e girare un film. Ora una scommessa di proporzioni sconsiderate: scrivere un romanzo personale. Ognuno il proprio. Inizieremo nel modo più logico, cioè proprio dall'inizio, dall'incipit e dalla struttura, l'architettura di ciò vorremmo scrivere. Ogni allievo sarà seguito da un docente, e nel corso dei mesi si alterneranno momenti di arricchimento e momento di sperimentazione: ognuno a confronto con la pagina, e – inevitabilmente –, con la propria vita. Oppure negandola, la propria vita: come al solito libertà totale. Indagheremo i meccanismi della scrittura, del ricordo, dell'invenzione, la pazienza dello scrivere e quella dell'ascoltare. Ci porremmo tutti i problemi che ci verranno in mente, in cerca di risposte, ben consapevoli che le domande sono sicuramente molte più delle risposte certe. Ma ormai siamo rassegnati a questa faticosa, eppure divertentissima, sperimentazione. Qualcuno potrebbe chiedersi il perché di tanto sforzo e di un investimento così importante da parte di un Comune e di persone che da otto anni credono che tutto ciò abbia un senso. Questa volta la risposta ce l'ho, e la prendo da un piccolo romanzo francese che trovo fondamentale nella mia formazione, Tutte le mattine del mondo, di Pascal Quignard: «Per il silenzio. Per l’amore. Per il rimpianto. Per l’abbandono. Per l’ombra dei nostri pensieri. Per ciò che è invisibile. Di più: un piccolo abbeveratoio per coloro che il linguaggio ha disertato, per l’ombra dei fanciulli, per addolcire le martellate dei fabbri, per gli stati che precedono l’infanzia, per quando si era senza respiro e senza luce. Per risvegliare i morti.» Lo so, mi lascio sempre prendere la mano. Ma amo questa non scuola come un bene prezioso che appartiene alla comunità e come tale merita la massima cura, in un mondo che fa proprio della mancanza di cura la propria caratteristica più feroce. Non mi appartiene, eppure mi appartiene. Mi emoziona, mi dà felicità, mi permette l'esperienza condivisa dell'arte dell'amicizia e della creazione. Allontana la solitudine e l'oblìo. Lascio, definitivamente la parola a Murakami Haruki. Mi scuso per l'eccessiva lunghezza di questa mia presentazione, ma chi arriverà all'ultimo rigo capirà perché era difficile essere più sintetici... |