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mercoledý 19 dicembre 2018
francesco niccolini
E nonostante tutti gli sforzi creativi,
il passato potÚ essere tenuto a bada solo in maniera imperfetta.
[Rohinton Mistry, A Fine Balance]


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Doctor Frankenstein

Imagedi Francesco Niccolini

con Fabrizio Pugliese e Fabrizio Saccomanno
regia Salvatore Tramacere e Fabrizio Pugliese

scene Iole Cilento
luci Lucio Diana

una produzione Cantieri Teatrali Koreja

Tra Mary Shelley e Blade Runner

di Francesco Niccolini

Ogni volta che uno spettacolo nasce da un testo classico, da un grande romanzo, viene spontaneo domandarsi come porsi di fronte a quel classico con occhio contemporaneo, quale è il motivo che giustifica il rimettere mano ad antiche parole perfette, a distanza magari di cento o duecento anni. Con Frankenstein la risposta è stata immediata eppure molto complessa. Mito cinematografico per eccellenza, sia nella fedeltà tragica alla storia creata da Mary Shelley, che nella comicità sfrenata della parodia di Mell Brooks, è un romanzo capace di generare domande mai sopite, anzi, rese quanto mai importanti in un mondo in cui la scienza – da Hiroshima in poi, attraverso le sue dubbie e gigantesche conquiste – è sempre sul punto di mettere definitivamente a rischio l'equilibrio del pianeta. Domande che hanno a che fare con l'etica, con la pratica quotidiana della scienza, con l'idea di limite, di controllo, di insaziabilità, e di onnipotenza.

Image A quasi due secoli da quando una Mary Shelley ventenne e incinta scrive e pubblica il suo capolavoro, questo Doctor Frankenstein non finge che il tempo non sia passato: lo scienziato aggiorna i suoi strumenti e le sue conquiste, moltiplica gli esperimenti e le creature, così come le possibilità di raffinare i suoi risultati, in balia dell'illusione di poter superare ogni limite alla propria libertà di ricerca e di conquista. Purtroppo, i figli che mette al mondo dimostreranno la follia della sua onnipotenza: marionettista incapace di controllare le proprie marionette, crea esseri sempre più evoluti ma imperfetti che lui stesso vorrebbe eliminare, se non fosse attraversato dal turbamento di un padre che – nonostante tutto – ama le sue creature deformi.

È quello che accade in particolare con l'ultima sua creatura, sofisticatissima, eppure ancora troppo lontana dall'essere umano che lui ha in mente: lo scienziato ne è così deluso che vorrebbe ucciderla, abortirla, ma non ne è capace. Ne perde il controllo, e ne subisce la feroce, violentissima rivolta: come la bestia del romanzo si forma sui romanzi ottocenteschi, questa nuova bestia trova nel cinema, nelle adorate videocassette del padre padrone la fonte della sua sapienza. Lo scontro è frontale, violentissimo: la creatura pretende dal suo creatore risposte e dignità, chiede una vita vera, dei ricordi, affetti, felicità. Lo scienziato sa di non poterglieli offrire, e la bestia fa un massacro: fuori dal laboratorio non ci sono più sopravvissuti, dentro il laboratorio il dottore è ostaggio della sua diabolica (eppure umanissima) creazione, che lo inchioda a una sedia a rotelle spaccandogli le caviglie, come probabilmente ha visto fare a Kathy Bates in Misery non deve morire. Il cinema è il suo linguaggio, dalla celebre interpretazione di Boris Karloff ad altri film che sono la Bibbia del mondo cyborg, a partire – ovviamente – da Blade Runner.

Lo spettacolo non cerca strade comode e non fa sconti: è duro, durissimo, ma al tempo stesso è comico fino alla stupidità, sia quella delle macchine che quella degli umani. È volutamente destinato a far male alla pancia, nella consapevolezza che non solo il grande scienziato, ma ogni spettatore, ogni attore della vita, un giorno ha messo al mondo una creatura venuta male e non ha saputo amarla come avrebbe potuto.

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